L

The La's - (Go! Discs, 1990)

The La's ovvero l'ambrosia, la parte benigna, la volontà, l'energia del brit-pop. O semplicemente, il suo antidoto.
Ci si perdoni questo incipit di clamorosa ovvietà, ma davvero, tirando le somme a freddo, la creatura occhiuta di Lee Mavers (e solo sua) ha distillato, all'alba dei '90, il sentimento, l'emozionalità del pop inglese che verrà, concretando quanto, d'allora ad oggi, resterà miraggio. I La's sono entrati nella leggenda dell'indiepop con un solo album. Stanti le ripulse del proprio artefice Mavers (che ne contestò duramente la forma), è sintesi ineffabile di semplicità costitutiva e di invidiabile freschezza espositiva, che irride ogni sovrastruttura di studio. Tanto più misteriosa se si pensa condensata in un solo album di neppure quaranta minuti. Che più spocchiosi successori non arriveranno a concepire neppure col pensiero.

"There she goes". Segue lungo sospiro. Esempio sublime di artigianato pop britannico. Come la dedica scritta a penna letta su quella copia a nolo, "mirabilante". Allegorica, geniale, inaccessibile roccaforte per qualsiasi avventuriero albarn-gallagheriano.
"La's", quindici anni e non sentirli. Come i venti di "Steve Mc Queen". Attraverso l'occhio-specchio in copertina, inconscio e corpo, lo scorrere del tempo è pura apparenza. Recentemente ristampato da Polydor, "The La's" è un formidabile invito al risparmio per tutti gli ermeneuti del brit-pop: compri uno e getti cento.

 

LA CASA AZUL "Tan simple como el amor"

La Casa Azul è un quintetto ispanico composto da Virginia, Sergio, David, Clara e Óscar, guidati dal compositore e produttore Guille Milkyway. La missione è.. describir un universo de estribillos y sonidos de mellotron…
Con questo loro secondo album La Casa Azul confermano il vezzo non comune di adescare e persuadere anche un ascoltatore indiepop esigente.
Tan simple”, due parole che minimizzano, e in teoria presto detto. Invero l'album “Tan Simple Como El Amor” è percorso e disseminato di tracce ricche, solchi consapevoli di quegli elementi primordiali, quintessenza del mito e fiaba, cui s'intreccia una peculiarità compositiva e un'appassionata complicità atte a produrre la fatidica “sospensione d'incredulità”.
Riuscire a far abbandonare, nel corso dell'ascolto, al corso dei suoni; ordire una magnifica mistificazione di componenti che svelano mutevoli appartenenze al mito pop.
Tredici brani di mélange europop magicamente sospeso nel tempo e nello spazio.
Europa ma anche California, New York; ideale e fabula.
Si invocano gli euforici anni della disco-fever di Van Mc Coy e Sunshine Bands di sorta, nel clamoroso terzetto d'apertura di “en noches como la de hoy”, “quiero parar” e “vamos a volar”: inaudita brillantezza, cinetica frenesia di gorgheggi vocali e riverberi elettro-strumentali.
“El sol no brillará nunca más” espone invece un syntpop puro d'animo, a rinverdire memorie di Tahiti 80 e di Phoenix, proponendo dunque un delizioso connubio pop franco-ispanico.
E ancora, il candore di “c´est fini”, e l'irresistibile vague, l'elettrizzante accanimento di organetti e chitarre in “por si alguna vez te vas”.
"Tan simple como el amor" è un "secondo" esordio sorprendente.

 

LA DÜSSELDORF

Un palese filo rosso collega il nuovo progetto di Klaus Dinger con le precedenti pubblicazioni a nome Neu!. In special modo il terzo capitolo Neu 75, formalmente riflesso e contemplante, un corpo disteso, l'autopsia di quel corpo ansioso, tormentato e psicotico delle prime due isteriche prove del '72 e '73.
Ma per contenuti è anche un passo a lato, intenzione che privilegia elementi di un'elettro acustica calorosamente filantropa, languida, tiepida, come reminiscenza amniotica.

L'attitudine è ancora esaltata e spasmodica ma non definita e incisiva quanto in passato. L'intenzione è un'altra, privilegia l'incontro allo scontro, la comunione all'esilio, e si esprime con vocalismi catartici, liberatori a volte profetico- euforici e sostituiscono il connotativo mutismo di Neu!, e che escono fuori ansiosi e liberi, come segregati per lungo tempo.

Il secondo lavoro dei LAD, a nome Viva, altro lavoro importante e variamente citato e mitizzato in futuro, esaspera questa direzione: è uno stravagante visionario concept album ancora più in bilico tra kraut e new-wave costruito su propositi freak anarco allucinati, pacifisti e libertari.

 


LADYBUG TRANSISTOR

The Albemarle Sound (Marge, 1999)

Gary Olson è uno dei tanti genietti pop prodotti dal sottobosco indie statunitense. Cantante e polistrumentista autodidatta (chitarra, pianoforte, tromba) nonchè arrangiatore scrupoloso, Olson trasforma il proprio progetto solo in un collettivo artistico variamente popolato, cangevole ma costantemente determinato.
Dall'esordio del '95 “Malborough Farms” al recente omonimo, la saga di Ladybug Transistor si fa tra le più fascinose, complici due capolavori, assoluti landmark quali “Beverley Atonale” (1997) e “The Albemarle Sound” (1999).

Un percorso che stilisticamente appaia l'ensemble Elephant 6 di Bob Schneider. Olson camuffa un timbro vocale prossimo ad Edwyn Collins e a Lou Reed visitando vellutati sentieri psichedelici in timbri folkpop alla Sagittarius/Millennium/Zombies, come e prima dei talentuosi promiscui colleghi Essex Green. Forme spontaneamente riassimilate, sovente sconvolte da festose arie pagane, surreali stranezze di strumento, mai valicando “la discrezione della natura” (“The Great British Spring”, “Aleida's Theme”).

Vezzi hippie, decorativi naturalisti e antiquari abbacinanti ("Oriental Boulevard/Six Times”), aperture orchestrali d'ampio respiro, profuse sgargianti esibizioni corali che espandono trapassi allucinanti e nebbioline in tutto il paesaggio come in una trance beata (“Like a Summer Rain” da Jan & Dean e “The Swimmer” i due brani che fanno preferire, non senza riluttanza, quest'album al precedente).
E ancora, angeliche candide novelties senza peso ("Vale of Cashmere”), divertite didascalie in cui Olson si fa prendere a volte la mano, imbarazzando (“Oceans in the Hall”), ma anche incantando l'ascoltatore pellegrino con pietoso romanticismo ("The Automobile Song” e la morriconiana piece country "Cienfuegos”).
(marzo 2005)

Argyle Heir (2001)

Ladybug Transistor sono una band di Brooklyn giunta al quarto lavoro in studio: Argyle Heir. Artefici di un sound fortemente ispirato dalle utopie e dagli umori sixties, e senza subire sostanziali modifiche sono passati dal versante più indie rockista dei Velvet Underground a uno stile più oscuro e folk dei Fairport Convention e all'Incredible String Band o di Donovan, un po' come hanno fatto, negli anni novanta, i primi Gorky's Zygotic Mynci dal Galles, (i quali però operavano con più gioiosa follia macchiettista e meno autocontrollo).
Ladybug Transistor non è dunque l'ennesimo gruppo emerso recentemente, dal calderone New Acustic Movement, bensì vanta una carica
di seduzione e fascino ben riconoscibile e affatto accidentale.
Per far immergere completamente l'ascoltatore in una incontaminata, atemporale oasi di beatitudine.
A coadiuvare la musica, già di per sé esaustiva panoramica, interviene un booklet altrettanto entusiasmante; ricco di colori dall'accecante bagliore, dipinti di Petra Lilja e Paul Signac, miniature, impressioni di magico e di esoterico. I giovani membri della band sono ritratti in performance dal vivo, alle prese con strumenti a corda e a fiato, come era uso raffigurare nei dischi folk progressive degli anni sessanta e primi settanta.
Ciascuna composizione del disco è un panorama, realizzato con sonorità sublimi, scelte minuziosamente e con ogni cura. La sensazione che si riceve è un riappropriarsi della musica più emozionante, passionale e autentica.
Più che revival si tratta di una prosecuzione, un imprimere forme e visioni sul terreno anziché limitarsi a ripercorrere tracce altrui, come oggi si verifica nella maggior parte dei casi.
I Ladybug Transistor riescono dunque ad incantare. 40 minuti più o meno, che irretiscono, illudono artatamente, attraverso questa sottile opera di prestigio.
Ci si convince che il trascorrere del tempo sia un fattore puramente mentale, si evocano panorami e, svelandosi, vestono forme scintillanti.
(nov. 2001)

 

LE MANS

Saudade (1996)
Aqui Vivià Yo (1999)


Ibon Errazkin e i suoi Le Mans provengono da San Sebastiàn, Spagna.
Saudade (1996) verte dal pop un po' approssimativo dell'omonimo Ep, verso un più ragionato percorso acustico ed elegiaco, crepuscolare, estremamente acuto e rigoroso. Liricamente sottile, dispone di una tragicità bilanciata, fonda, struggente.
La consapevolezza di uno stato disilluso ("Saudade") ineludibile, permanente nell'esistenza, avvampa e avvolge ogni cosa.
Simili caratteristiche di nudità, di calma bellezza e sublime apatia si rinnovano con "Aqui Vivià Yo" del 1999, complesso, ineffabile epitaffio della band; lo stesso abbandono di se stessi a se stessi.
Gli arpeggi delicati della chitarra folk di Errazkin colgono un senso intimo abbandonato e sperduto, a volte affidando alla delicata voce di Jone Gabarain di ammantare di poesia bianca, languida fragilità.
E tutta la realtà viene plagiata in questa prospettiva, fortuna e oblio, memoria e presente. Si insinua un tocco di narcisismo candido e minimale che mostra simbiosi e simpatia con l'ascoltatore al punto da incantarlo e rinnovare l'ascolto.
La tragicità viene scopertamente bissata dalla felice ironia di "yin yang", "no vino estaba inferma" e soprattutto "cancion de todo va mal"; assieme a "desacierto" (su Saudade) il brano che meglio può identificare questo quintetto incomparabile, dall'ineffabile natura, fantasmatico, sotterraneo, confinato e dibattuto in un perenne tormento.
(giugno 2002)

 

The Legendary Jim Ruiz Group- Oh Brother Where Art Thou? (1995, Minty Fresh)

Alla metà degli anni '90 spuntò fuori da Minneapolis questo compositore e chitarrista, Jim Ruiz col suo gruppo che comprende la moglie Stephanie e il fratello Chris. Si presentano al pubblico con quel legendary, non il primo della storia del rock, ma sempre impertinente. Ironia? Spocchia? Tale attribuzione risulterà meritata.
Questo esordio è un album pop grande quanto la lunghezza del proprio titolo. In copertina una foto cimelio di famiglia (e non sarà l'unica), “Oh Brother…” ripercorre fasti di cui appropriamo Orange Juice e Aztec Camera.
Ma soprattutto Ruiz illumina discorrendo elementi di (pop) quotidiano con linguaggio eclettico, sommando omaggi alla tradizione musicale americana folk, gospel, con misteriosa naiveté, un'intimità e un'arte poetica tra memoria e miraggio.
“Mij amsterdam”, “sturmtrooper”, “urban gentlemen”, “every other Sunday”, “oh porridge”; tutte canzoni ammalianti, di fluidità ritmica e di impareggiabile solarità, folgorano la pelle e anche fatali nella memoria, da inorgoglire padri putativi come Bacharach, Brian Wilson, Donald Fagen, Gary Clark.
Dopo ormai diversi anni di attesa, è il caso di chiederci: "Jim, where art thou…"
(2001)

 

LIARS- They threw us all in a trench and stuck a monument on top (2002)

Un gruppo come Liars nel 2002 è un esempio lampante del grado raggiunto di una contaminazione adulta e matura, finanche scontata, non più facilmente riconducibile a definite, limitate matrici. Un saccheggio indiscriminato che non dà sensazione di stare ad ascoltare qualcosa di nuovo, bensì di originale, per via della sapienza con la quale il materiale viene assemblato, sintetizzato.
Voce in perenne feedback che rigetta parole, e che inveisce; strumenti efficacemente grezzi, particolare taglio hard dei brani: il tutto comunica stati ansiogeni e incerti. Nel recente panorama indie statunitense ricordano due bands che hanno lasciato il segno nella post wave: Brainiac (genialoidi) e Red Aunts (meno scomposti), e comunque frequenti riferimenti ideali al fervore e all'urgenza della comunità indie-rock di San Diego. Sensazione predominante durante l'ascolto é gelo e brividi. Dopo l'ascolto, dentro resta un senso di esaltazione e di tensione non rimossa.
Lo strano vuoto che rimane all'ascoltatore dopo l'ascolto, può comportare un'incapacità di giudizio, ma nondimeno può favorire dipendenza e magnetismo.
(2002)

 

LILYS - Precollection (2003 Manifesto)

Lilys è un ensemble di Philadelphia capitanato dal cantante, compositore e chitarrista Kurt Heasley assieme ai musicisti Don Devote (seconda chitarra), Steven Keller (batteria, percussioni), Michael Walker, Gerhardt Koerner, Torben Pastore, coi quali Heasley condivide la passione per il pop britannico anni sessanta.
Dopo l'ubriacatura major di qualche anno fa, avvenuta col successo di Better Can't Make Your Life Better, il ritorno all'indipendente non sconforta, piuttosto motiva Lilys, che tornano nei sotterranei non perdendo un briciolo di brillantezza e convinzione.
Precollection è l'atteso, rinfrancante ritorno di Lilys dopo un'interruzione durata quattro anni.
Aggiorna il talento melodico di Heasley, una di quelle eredità degli anni novanta da preservare.
In più il particolare fascino musicale e l'imponenza strumentale di questa formazione, tra le indelebili del pop rock indipendente della scorsa decade, grazie ad opere come A Brief History of Amazing Letdowns e la citata Better Can't Make Your Life Better.
Oltre all'ossessione per il pop rock anni sessanta di Kinks e Move, Lilys rinvia ai colleghi Church, My Bloody Valentine (di Isn't Anything) e soprattutto Guided By Voices.
Come la band di Robert Pollard, orfana da qualche anno di Tobin Sprout e ormai qualitativamente deficitaria, Heasley dispone d'un senso melodico scarno e lussureggiante assieme, strumentalmente amatoriale; la stessa visionarietà naif e sfacciata con cui reinterpretare il pop psichedelico degli anni ruggenti.
Affini aromi lisergici, sbarazzini e confidenziali che a volte si fanno solenni, cerebrali.
L'interpretazione dimessa e narcotica di Heasley dona un che di imperscrutabile e segreto al lavoro, un potenziale inespresso psicodramma.
Ne consiglio l'ascolto per la qualità e le evoluzioni di molte melodie, per quei caratteri e quei colori sempre cangevoli, dai percorsi imprevedibili.
Precollection non è inferiore ai trascorsi del gruppo.
Riprova si ha ascoltando Melousina, Mystery school, recite pollardiane sino al midollo, o la title track e la splendida Will my lord be gardening che posseggono invidiabili fisicità.
Perception room e Meditations on speed glorificano gli anni sessanta coi loro stratificati arrangiamenti e iterazioni tribali.

(2004)

THE LINGER EFFECT - Beautiful Machines

Beautiful Machines raccoglie versioni di brani inediti sul lato A, o tratti da CDr, Ep e cassette, alcune delle quali tristemente fuori stampa (si veda la copiosa Love Songs For Late Bloomers), più apparizioni in compilations (sul lato B).
The Linger Effect da Newfoundland, Canada, è titolare di un'intricata discografia per la quale si rimanda al sito personale.
Beautiful Machines irradia un pop-wave che ripesca dalla tradizione underground delle etichette Teenbeat e Cherry Red Records.
Melodie gentili in foggia di ballata ariosa di puntuale romanticismo, soave melanconia bissata dai vocalismi suadentemente ombrosi e destituiti del performer.
Una leggiadra policromia dream-psichedelica, rintocchi esotici e una preziosa aura di raffinatezza che mai s'erge a solennità.
Complice il senso amatoriale infuso, che costruisce i brani, tra Eggs e Unrest di Mark Robinson.
I fan di questi suoni non dovrebbero mancarne la conoscenza.

A volte guizzi di vitalità jangle-pop a base di chitarra e contorni di tastiera scuotono le acque ma senza mai assalire, conservando la delicata armonia compositiva a sovrintendere, e favorendo una suggestione sedativa per l'ascoltatore.
(agosto, 2004)


LOCH NESS MOUSE Key West (2002, Perfect Pop)

Loch Ness Mouse si formano a Höland, Norvegia, nel 1992, dai fratelli Ole Johannes e Jørn O. Åleskjær.
Si aggiunge il batterista Emil Nikolaisen (nel 2003 viene rimpiazzato dalla sorella Hilma) e la tastierista Helga Trømborg da Skulerud, a un passo dalla città natale degli Åleskjær.
Dichiarano una passione per il pop statunitense anni settanta, seguono autori storici come Beach Boys, America, Todd Rundgren, Steely Dan ma anche contemporanei come l'ensemble Elaphant 6.
Tra le influenze più recenti do Loch Ness Mouse, c'è Friends dei Beach Boys e In an Airplane Over The Sea di Neutral Milk Hotel, ascolti che hanno modificato lo stile compositivo e il gusto di arrangiamento dei norvegesi, al punto da prolungare la gestazione della loro opera più recente, Key West, per assumere guest star da Gerbils, Neutral Milk Hotel, Of Montreal….
Dico subito che Key West, il secondo lavoro di Loch Ness Mouse, è un incanto e si basa su gusto e talento melodico.
La solita corsa agli predecessori sarà breve, Key West non ricorda nulla in maniera insistita.
Beach Boys, a loro non si sfugge mai; dischi come Friends e Holland in particolare sono stati preziosi incontri per i ragazzi norvegesi, conquistandone purezza e amabilità comunicativa, facendo semplici temi complessi (ceylon sailor, hanna & the twins, in the city in the morning, marker numbers).
Fra i gruppi affini recenti, metteremmo i Call and Response.
Rispetto a questi, Loch Ness Mouse non hanno forse all'attivo un capolavoro del calibro di "california floating in space", ma si riscattano offrendoci un album di livello costante dal principio al termine.

Spunti e progressioni armoniche limpidissime, cori maschili e femminili angelici auriga, fantasie strumentali sfavillanti, fiati e suoni analogici che allestiscono un pittoresco sortilegio di eldorado pop che sa essere nostalgico e corrente assieme.
Una notevole varietà stilistica alterna con naturalezza toni confidenziali ad energici. Ed ecco sfilare altre perle, I just lost my heart to mary ann, jules verne, quay west, salty hair.
(maggio, 2003)

 

LOOSE FUR s-t (2002-2003)

Loose Fur é frutto di un incontro artistico di musicisti di provenienza differente: Jeff Tweedy, mentore dei Wilco, gruppo rock pop roots, e Jim O'Rourke e Glenn Kotche, mai paghi sperimentatori del suono.
Loose Fur si avvale di una libertà sempre più in voga nel rock evolutivo all'alba del nuovo millennio: una licenza di commistionare generi di continuo, trasversalmente, sentimentalmente, alla faccia della logica (di mercato), dipanare e manipolare suoni, alterare timbri, allestire atmosferiche aperture strumentali.
In questi casi l'impressione è quella di aver sempre più a che fare con dischi "esperimenti in corso" (musicalmente, ma anche graficamente parlando) e sempre meno con opere compiute.
Le melodie di base aprono verso polifonie, dissonanze e improvvisazioni, e poi con gesti sempre più minimi, vanno distendendosi in quiete e comunicano un senso di incompiuto e di aleatorio.
A favore di questo esordio diremmo che tra i protagonisti non c'è mai convivenza forzosa. Si conoscono da anni, lavorano costantemente su una progressiva consapevolezza atta a congiungere, a intendersi, a somigliarsi l'un l'altro mantenendo comunque la propria specificità. Un intrigo reciproco che sfocia spesso in una fluida, dinamica naturalezza, come dimostrano le trame armonico astratte in so long e chinese apple.
La musica produce un'alone trasognato, allucinato ed enigmatico che permane sullo sfondo. Appare una continua, rinnovata precarietà.
A non convincere completamente è il versante melodico, a volte retorico, stucchevole, non del tutto a fuoco, non certo aiutato dal canto monocorde.
Musicalmente stemperato, dunque. Un risultato molto simile agli ultimi Wilco, ma che solo a tratti entusiasma (la perfezione armonica di elegant transaction sembra esser sottratta da Halfway To a Threeway, oppure la superba chinese apple in chiusura), fa rimpiangere il capolavoro a cui avrebbe potuto portare.
In definitiva: se son rose fioriranno, le prossime sessioni in studio dei Loose Fur porteranno con buone probabilità un ottimo lavoro.
(gennaio, 2003)

 


LUC FERRARI Danses Organiques (1971-73)

Uno dei padri della musique concrete mette a segno un' opera rivelatrice per l'immaginario artistico visivo e sonoro che verrà.
The players: il compositore con gli strumenti, ermeneuta, alchimista, voyeur.
Due ragazze, che non si erano mai incontrate prima, in una stanza, durante i primi anni settanta.

Le due ragazze scoprono di possedere presto un'affinità elettiva...ideale. Una situazione affine a quella vissuta dai duelle di Jacques Rivette, o dai protagonisti di La maman et la putain di J. Eustache, o di qualche Rohmer che riaffiora dalla memoria... ad ogni modo, Francia.

Le voci aleggiano, si disperdono fantasmatiche, parvenze stranite, invasate; si ordisce un libero gioco senza regole su ritmi tribali, tastiere, sensitivi, trascendenti, a figurare una sorta di inquieta(nte) misteriosa iniziazione. Un'energia pregnante, filamentosa; successione di immagini e situazioni, mai percepite prima, esplorazioni oniriche, surreali, misteriose, profonde e oltre. Sconvolgenti.
Scoprire "quel tipo di piacere unico che nasce dalla relazione delle donne con altre donne" (T. Modleski)

(2002, 2004)

 

LUCKY PIERRE - Hypnogogia (2002)

Lui è Aidan Moffat, il poeta scrivano di Arab Strap. In questo lavoro ha liberato la propria anima musicale laddove il socio Middleton ne costringeva la vocazione.
Strumenti di musica classica ed elettronica mostrano senza attrito una possibile comunicativa linguistica e consequenzialità, ed hanno la meglio sulla voce, sulle parole.
Il suono, prima di tutto, e più di ogni altro, armonizza col proprio linguaggio sensibile essenziale e comunicativo ciò che altrove era espresso pesantemente e con disincantata realistica crudezza dalle liriche. Nella prima traccia un campionamento di violoncello percorre ciclico e straziato, con un'aura di dolente rarefazione e con sottile inquietudine.
(2002)

 

Lunchbox

The Magic Of Sound (Magic Marker Records, 1998)


Il cantante e polistrumentista Tim Brown (chitarre, tastiere, batteria) anima ad Oakland, California, il gruppo Lunchbox, assieme a Donna McKean (al basso, voci e tastiere).
I due si servono di amici collaboratori agli strumenti: Shannon Handy (batteria), Alvis Catalano (chitarra), Patrick Main (organo Farfisa), Jeremy Goody (tromba).
La particolare miscela musicale del duo è stata definita ragionevolmente “good-mood pop”, si pensi a Beulah, Holiday, Minders, Charming.

Lunchbox é l'ennesimo folletto da sottobosco “indiepop” statunitense, tra i tanti che nel tempo hanno pubblicato un paio d'album, e in cui può imbattersi soprattutto l'appassionato, il ricercatore di queste sonorità, in qualche retrobottega musicale.
Tornando a casa col bottino, egli sa bene che musica sarà: piacevole e trasparente; un lavoretto con cui cullarsi e dividere assieme qualche mezz'ora.
A volte invece si pesca l'asso.
Dai primissimi istanti il debutto dei Lunchbox disvela una superiore caratura melodica, e si resta ammaliati dalla sensibilità e dalla qualità di “The Magic Of Sound”, inarrivabile raccolta di armonie brillanti, azzurre e argentee, “everyday”, di cui munirsi per esempio a marzo inoltrato, quando una delicata e aromatica brezza primaverile fa i suoi timidi approcci nell'atmosfera.

Per il sottoscritto “lotion” é la più bella pop song mai concepita sotto la durata di un minuto.
Fatale malia, sublimazione in cui sciogliere affanni, fiammeggianti deliziose chitarrine, intrecci vocali in estasi e drumming frenetico, concentrati in questa nicchia. Piccolo, plausibile anticipo di Paradiso.
Una sorta di incrocio fra i primi Police, gli irresistibili Promise Ring di “Nothing Feels Good”, più certo sparso balsamo britpop ironico (Supergrass, Bis, Super Furry Animals).
“Just because” schernisce (con) Damon Albarn, mentre l'incedere frenetico e infettivo di “a special feeling”, “still life”, “wanna reach you” e “little things”, è della medesima pasta. Fra onnipresenti tastierine e organi, queste canzoni sono tutte variazioni di visioni raggianti che illuminano i sensi e anticipano gli umori dei più recenti spontanei Belle And Sebastian.
“The Magic Of Sound”, avvisiamo, é album indiepop in senso stretto, che dunque si fugge ma sa anche imprimersi dentro.
Ineguagliato per trasporto e fisiognomica, lode d'ogni espressione estroversa, euforica, ingenua.
La pensosa inquietudine di “so much about you” dagli istinti pop-syche Elephant 6, è invece un anticipo di ciò che riserverà il futuro a LunchBox (nel successivo concept “Evolver”, ultima prova sino ad oggi), tastiere più fosche e opprimenti ad allestire un senso dark-pop non malvagio.
Ma solo “The Magic Of Sound” fa venir voglia di uscire in strada e mettersi a correre follemente, come in quel film di Leos Carax..
(marzo 2004)

Evolver (Magic Marker Records, 2001)

Prerogativa dei Lunchbox é la realizzazione di una musica pop in cui l'elemento solare, la gioia di vivere e la giovinezza erano fattori che, nettamente, distinguevano dagli altri.
L'esordio The Magic Of Sound del 1998 era concepito praticamente su una giornata solare e sull'aria primaverile, spontanea emulsione di pensieri in un sonno pomeridiano, colorato con quello spirito inguaribilmente ottimista, gioioso e ironico servendosi in studio di corni, organi e strumenti a corda, in grado di conquistare qualsiasi amante della melodia mordi e fuggi ma anche più pensosa e densa.
Certamente consapevoli dei propri contrassegni, Tim Brown e soci tornano due anni dopo con Evolver e cercano subito un'altra ambientazione per i propri elementi ma anche per depistare e soprattutto, depistarsi, provarsi con altre influenze, componenti, sostanze.
Già la copertina nera e le diapositive in bianco e nero su di essa possono far equivocare sulla natura spiccatamente raggiante del progetto. Dunque un atto di coraggio, un esorcismo alla scarogna (le copertine nere non hanno favorito nessuno, nel genere pop) ma anche il richiamo ideale ad elementi geologici, sui quali possibilmente, richiamare un concept che regga le fila, spazio-tempo.
Le immagini grigie di copertina ritraggono un'isola fotografata da varie distanze, l'elemento marino e terrestre e la musica che si ambienta e si svolge, suggestionandosi qui.
Se a volte sembra un extended dell'esordio, sempre puntualmente efficace per scrittura (vedi l'iniziale evolver, gravity, weekling, sea life tra le migliori composizioni del gruppo), l'evoluzione si mostra poi, ad alternare lazzi e solarità con riflessioni ed esplorazioni: particle/wave, tra effetti strumentali e vocali (simili a quelli utilizzati da John Lennon) e un clima sospeso e discretamente cupo a tingere di inquietudine l'atmosfera. Il drumming frenetico in tone poem ricorda l'immortale Tomorrow never knows.
Le voci lontane e intrecciate, riverberate, ed echi di effetti, loop e field recordings -spesso presenti nel lavoro, come un'idea fissa- rendono perfettamente il senso di "marino" e volteggiante e collocano la scena in notturna, un clima secco, legato all'elemento di terra, l'isola.
Il lavoro è senza dubbio pregevole, è del resto ben scritto, come del resto è encomiabile il coraggio per un simile ambiguo e singolare esempio di ambient-pop melodico.
(2002)